lunedì 16 novembre 2009

una storia che la volevo scrivere in francese, invece poi no.

l'uomo senza cappotto aspettava alla stazione centrale, sotto l'orologio senza lancette. aspettava e osservava. guardava la gente passare, chi scendeva le scale per prendere il tram, chi correva per non perdere il treno.
guardava i senzatetto della stazione centrale, seduti sulle panchine o sdraiati in un angolo.
ogni tanto ascoltava, l'uomo senza cappotto, ma non prestava attenzione, preferiva gli odori.
hotdog, cipolle, grasso, sudore, persone, pioggia, acciaio e legno, freni, inverno.
odori famosi, diceva, li riconosceva ogni volta, e anche senza spostarsi dall'orologio senza lancette, sapeva perfettamente da dove venissero.
gli piaceva che gli si incollassero addosso e se li portava a casa come un ricordo, quando tornava a casa dopo una lunga giornata, dopo avere atteso a lungo. in fondo, diceva, non aspettava mai a lungo, anzi. non aspettava affatto, diceva, perché anche senza cappotto, diceva, puoi restare tutto il tempo che vuoi sotto un orologio senza lancette, perché tanto lì sotto, diceva, lì sotto il tempo non passa.

venerdì 6 novembre 2009

esse di esperimento

il mondo finisce alle sette meno un quarto. ci si potrebbe organizzare meglio, si potrebbe andar tutti quanti allo zoo comunale, ma chiude prima, poi in inverno fa buio presto, e Gervaso ci ha i reumatismi.
ho sempre pensato che Gervaso fosse un brutto nome, ma da quando ho scoperto che suo nonno ha partecipato alla resistenza nel '45 mi son sentito in colpa. non è che adesso mi metto a cambiare idea solo perché il nonno ha fatto la guerra, pure mio nonno avrebbe fatto la guerra se fosse stato ancora vivo. ma, mi dicono dalla regia che era ancora vivo. nonno, e che facevi, tu, durante la guerra? non rispondi, eh? ah, sei morto. scusa, non volevo. magari ripasso. nonno, non ti ho mai conosciuto, ma mi sarebbe piaciuto assai. pensa che abbiamo un sacco di cose in comune, padre e figlio a parte, chiaro.
so che lavoravi il legno, che dico, eri ebanista, oggi artigiani come te non esistono neanche più. so che ballavi il tango, che era uno spettacolo stare lì a guardarti ballare con la nonna. queste son cose che piacerebbe fare anche a me, ma il massimo d'intaglio che ho fatto è stato una zeppa da mettere sotto al tavolo che ballava, e di sicuro quel tavolo ballava il tango meglio di me, che ci ho provato due volte e ho rimediato una psicopatica che ci ha provato nonostante moglie e figlio.
nonno, io non so come sono arrivato a questo punto, visto che dovevo parlare della fine del mondo delle sette meno un quarto, ma dal momento che ho perso il filo del discorso, direi di chiuderla qui, magari ci sentiamo un'altra volta, così ti racconto di mia figlia. e, già che ci sono, rimando anche la fine del mondo, va.

lunedì 2 novembre 2009

me parlare donna un giorno (cit)

i miei amici lo sanno, e mi prendono in giro.
sanno che non ho la sindrome di godzilla, nota ancche come sindrome del braccino corto,certo, ma sanno anche che quando devo spendere due lire in più io ci penso. se poi le devo spendere per forza allora cerco, analizzo, indago, m'informo, valuto, pondero, rimugino, ritorno, avanzo, esamino, mi prendo(no) per culo.
prendi il passeggino, per esempio. tu lo sai quanto costa un passeggino? no, dico, ma ci rendiamo conto? una roba che paghi l'abbonamento alla metro per mezzo lustro, per dire. pensa che il passeggino costa talmente tanto che ho dovuto cambiare macchina: non potevo metterlo in un bagagliaio che - quattroruote alla mano - vale di meno.
eh, ma io prima di acquistarlo ho valutato. ho ponderato, io, mica sono uno sprovveduto.
partendo dalle ruote.
tre o quattro?
tre è più agile, idoneo su tutti i tipi di terreno, ma più ingombrante. quattro ti trovi malissimo sui sampietrini.
ruote piene o gonfiabili? beh, se ci vai al bosco allora piene, senza dubbio, ché se si bucano ti ci voglio vedere io a gonfiare, metti la pezza, togli la pezza, gratta, sgratta, colla a caldo, colla a freddo, no, no, non fa per me.
struttura? alluminio, per carità, io di quelle plasticacce made in china non mi fido.
navicella porta enfant? meglio di quelle che vanno in macchina o no? e l'imbottitura sarà abbastanza imbottente? e lavabile? e atossica? e acritica? e traspirante che faccia passare l'aria d'estate ma che non faccia stare la bambina al freddo d'inverno?
e il seggiolino auto, avrà l'airbag? barre laterali? side impact protection system?
e quando si piega e si smonta ci sta tutto nel bagagliaio?
ed è facile da riaprire, poi?

insomma, dopo mesi e mesi di ricerche, giri per negozi, test, collaudi, aperture e chiusure di migliari e migliari di sistemi-di-trasporto-per-cuccioli-umani™, iersera abbiamo ridotto la rosa a quattro candidati.

«amore, alla luce delle precedenti analisi, viste le nostre esigenze e le nostre finanze, e individuati i punti di forza e di debolezza di ciascun modello, sì, insomma, dopo tutto questo ragionare e valutare, ti sei fatta un'idea? secondo te quale dovremmo prendere?»
«io prenderei il modello numero quattro.»
«ah sì? e perché?»
«perché è rosa.»

lunedì 26 ottobre 2009

prendi due, paghi tre

ora, io non voglio dire che etichettare sia necessariamente una cosa giusta o necessariamente una cosa sbagliata. chessò, se ci pensi, dire "gli italiani sono tutti mammoni" è - in fondo - una brutta etichetta, ché oltre ai mammoni ci son pure i papponi, ma non voglio scendere nella politica. d'altra parte, nemmeno sono abituato a comprare i fagioli in barattolo senza sapere che sono veramente fagioli in barattolo, puta caso era un barattolo senza etichetta. insomma, ci son quelle volte che l'etichetta mi serve, eccome.
come al solito, in medio stat virtus, in hoc signo vinces e quam minimum credula postero.
poi però succedono quelle cose che tu ti arrabbi, perché ormai ti sei fatto una tua idea, hai anche deciso in che modo ti devi comportare, sì alle etichette su barattoli-bottiglie-pacchi-e-pacchetti, no alle etichette su nomi-città-cose-animali-fiumi-attori-cantanti-popoli-condimentiperpizza.
e quelli che fanno? si autoetichettano? si autoannullano? eh, no, signori miei, così non si fa!
insomma, ci ho messo tanto a convincere certuni che l'olandese non è un fastidioso disturbo gutturale, e tu, maledetta insegnante, che fai? mi dici che per pronunciare bene certe parole bisogna fare uchuchuchu come se avessi la tosse?

mercoledì 14 ottobre 2009

Anatra all'arancia

l'altra sera ho cucinato io.
e accompagnavo la mia arte con un duetto io-anatra:

A: i'm just the pieces of the duck i used to be
too many butter tears are raining down on me
i'm far away from home
and i've been stuffed this alone
for much too long

I: i feel like no-one ever told the truth to me
about peeling off and what a struggle it would be
in my tangled state of mind
i've been looking back to find
where i went wrong

I-A: too much salt will kill you
if you can't make up your mind
torn between the flavour
and the taste you leave behind
you're headed for disaster
'cos you never read the recipe
too much salt will kill you
every time

A:i'm just the shadow of the duck i used to be
and it seems like there's no way out of this for me
i used to bring you drooling
now all i ever do is bring you down

I:how would it be if you were standing in my shoes
can't you see that it's impossible to choose
no there's no making sense of it
i'm sure i cannot make it with a goose

I-A:too much salt will kill you
just as sure as none at all
it'll drain the water that's in you
make you thirsty and screamy and drawl

and the pain will make you crazy
you're the victim of your crime
too much salt will kill you
every time

mercoledì 9 settembre 2009

Associazioni a delinquere

pezzo è una parola come un'altra, significa parte, ma si compone con otto e diventa pezzotto che però non è una cosa bella da dire, se un coso è pezzotto è farlocco o tarocco, per dirla in altre lingue, ma i tarocchi sono le arance che prevedono il futuro, però io adesso sono un po' nel passato, non quello di pomodori che è acido, quello temporale, senza né tuoni né fulmini né saette, che poi fanno rumore e io voglio un po' di silenzio, in questo momento di mezza solitudine, mentre sono mezzo brillo, e non nel senso che brillo come la luce o come la mina, cantante modenese che c'ha una voce che nessuna fino ad oggi.
è solo che se muore un fiore poi le farfalle piangono, e le farfalle son talmente piccole che per vedere le lacrime bisogna essere piccoli uguale, diciamo come dei grilli.

martedì 8 settembre 2009

limiti

fa sempre piacere essere riconosciuto, per quanto la fama non sia uno dei miei obiettivi primari, nella vita.
è successo qua a brussel, da amadeus.
amadeus, o amadeo, the place for ribs, il posto delle costolette.
è un posto carino, amadeo, atmosfera anni venti, musica a tema, luci soffuse, dove per una quindicina di euro puoi mangiare le spare ribs à volonté. in italiano si direbbe a volontà, ma secondo me in inglese rende meglio: all that you can eat.
la differenza è sottile, ma sostanziale: non è tutto quello che vuoi mangiare o tutto quello che ti va, è tutto quello che sei in grado di mangiare. almeno, io l'ho sempre interpretata così.
una questione di confine, tanto linguistica quanto fisica. è l'eterna sfida dell'uomo ai propri limiti, un'altra, tanto ce la faccio, il trucco è non smettere mai di masticare, il trucco è non bere, il trucco è non respirare. un'altra? un'altra, ce la fai? ce la faccio. che poi, come si dice, è pagata.
da amadeo quella sera eravamo in quattro, italiani, e all'ennesimo giro di costolette, ormai a notte fonda, il cameriere ci ha gentilmente chiesto se avevamo intenzione di prenderne ancora, ché in caso contrario avrebbe chiuso la cucina e mandato a casa il cuoco.
non so ai miei amici, ma a me non dispiace affatto, farmi riconoscere.