continua da ieri
capitolo II - il cambio.
cadòrna, fermata cadòrna.
l'attesa per la metro verde, verde speranza, verde come il colore verde che ormai la mia faccia ha assunto da almeno un quarto d'ora. verde come l'odore verde del muschio, del prato, dell'erba appena tagliata nel parco di casa mia, a caserta, nelle giornate di sole quando non andavo a scuola.
s. ambrogio. non resisto. lo sento, sto per esplodere. non mi controllo, non lo controllo. inizio a recitare i salmi, il signore è paziente e pietoso, non si può misurar la sua grandezza. s. agostino. luci e ombre, la vista si appanna, ero seduto, ero in piedi, ero sudato, sudo. non lo so più, non sono più io, sono uno spettro che guarda me stesso da fuori, non sento doore. mi mordo le guance. su pascoli erbosi mi fa riposare.
porta genova. è la fine, io fino a romolo non ci arrivo. scendo ho bisogno di aria, lo vedo è un autobus: sta passando, è lui, è il mio. lo prendo al volo. mi muovo come un pinguino, soffro, chi ci è passato lo sa, chi ci crede, forse lo immagina.
dio del colon, di tutte le cose visibili e invisibili, abbi pietà di me. salgo.
capitolo III - la resa
vicino alle porte, troppe fermate mi aspettano, non ce la farò mai, le forze mi abbandonano, ci rpovo a farmi coraggio, ma ormai non serve.
la madre cicciona con la faccia di kathy bates mi guarda e avvicina il suo piccolo, lo stringe intimorita neanche avesse visto un maniaco.
il maligno mi tenta, la voce sulla spalla mi ripete Lasciati andare, cosa vuoi che sia? chi vuoi che ti riconosca? abbandònati, scavalla e lascia fluire, ti sentirai meglio. tremo, sudo freddo, forse rantolo. gli occhi si rivoltano verso l'alto, ma l'angelo buono cerca di farmi ragionare. Cosa farai dopo? come arriverai a casa? lo sai che poi dovrai solo dare fuoco ai vestiti? ma i crampi offuscano la sua voce e il mio cervello. l'autobus è fermo, voglio abbandonarmi: scendo, solo una fermata, aria pungente della sera d'inverno. ti prego resisti ancora un minuto resisti ti prego non farlo non farlo ti prego ti prego non farlo resisti vorrei quasi tapparmi con le mani, impedire il disastro, ti prego puoi farcela come ci torni a casa ti prego ad acque tranquille mi conduce è un passo è un ristorante lo vedo è a un passo non temerai alcun male è chiuso poi dice che uno non crede lo vedo è un'altro saran cento metri posso ancora farcela. cammino, striscio, arranco, mi aggrappo, le strisce, il semaforo, le fitte, i crampi, dolore immane, la porta, calore, persone, nessun cliente: che posso usare il bagno? prego faccia pure, in fondo alle scale.
epilogo
- papà, cosa vuol dire tutto questo?
- vedi figliolo - disse norberto sistemando il suo pargolo sulle ginocchia - quando sarai grande, e lavorerai per una grande società in una grande città, e sarai lontano da casa, un giorno potresti aver voglia di ordinare del sushi take away, in un ristorante che non conosci.
ecco, ricordati di michele, e non lo fare.
mercoledì 6 agosto 2008
Metropolis Pt. 2 - Scenes from a memory
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli, ricordi
martedì 5 agosto 2008
Metropolis Pt. 1 - The miracle and the sleeper
prologo: milano, gennaio 2007.
una città fredda e grigia può presentare insidie e tranelli a chi - come me, ingenuo ed inesperto, terrone nell'animo e nel corpo - si affaccia alle sue porte col candore della gioventù e l'entusiasmo della scoperta.
fredda, milano, ma non più del solito e la giornata in ufficio era passata grigia e sfocata come tante. lavoro di routine, problemi di routine, soluzioni di routine.
ero lì già da qualche mese, all'epoca vivevo nei pressi di romolo, in un residence gestito da rocchettaripancabbestia maniaci dell'ordine e della precisione, ma con un'idea grossolana di privacy. tuttavia, il posto era pulito e - soprattutto - rimborsato, il che lo rendeva pregevolissimo agli occhi miei e del mio conto corrente.
ma lavoravo da tuttal'altra parte, a via mecenate.
a guardarlo sulle mappe non è poi così lontano, saran stati sì e no dieci chilometri, ma coi mezzi era particolarmente scomodo da raggiungere, e questo senza contare l'handicap di quella sera.
era ancora il periodo natalizio, e per le strade le luci e gli addobbi riscaldavano un poco quelle serate solitarie e un po' tristi; ma il passante ferroviario è un buco nero che ingoia tutta la luce e l'atmosfera, e il tempo e lo spazio si perdono nelle voci metalliche e nelle lampade al neon, lasciando solo la cognizione di se stessi, poveri in balìa di poveri pendolari.
qualcuno una volta mi ha detto che il passante ferroviario è stato fatto coi treni di un'altra tratta, e li prendeva tutti i giorni s'è visto appiedato da un giorno all'altro.
quella sera ero sul dieci, che fermava a porta venezia. da lì metro rossa e poi metro verde, prima di un ultimo tratto a piedi. lo facevo tutte le sere, lo conoscevo bene. a porta venezia i miei colleghi mi chiedono se va tutto bene.
ero pallido, sudavo freddo e non sapevo cosa rispondere. li lascio andare: tanto non avrebbero potuto fare niente.
capitolo I - l'attesa
rossa come il sangue, rossa come la rabbia rossa del toro, come la passione, come il fuoco che m'arde dentro: rossa la metro rossa che non arriva. mi muovo da una panchina all'altra, cerco di respirare ma l'odore di elettricità statica, di pensiline e di ferro di rotaia sfregante su ferro di binari mi nausea. posso ancora gestirmi, lo so, ce la posso fare. ho vissuto situazioni peggiori, al liceo era una cosa quotidiana, posso resistere. sono ancora a livelli accettabili.
arriva, piena come un uovo, e si muove al rallentatore, con le fermate che sembrano dilatarsi nel tempo come nei film, come quando sai che sta per succedere qualcosa di grave.
palestro. mi muovo, cerco di leggere, cerco di distrarmi, il dolore cresce, monta dallo stomaco e mi toglie il respiro. faccio finta di non pensarci. s. babila. mi alzo, cammino, mi siedo la gente comincia a guardarmi strano. un po' mi agito. duomo. passa. è passato? ancora un momento di pace, niente guerre intestine. cordusio e cairoli m'illudono. mentono sapendo di mentire, mi dicono che il dolore è passato, che le fitte si sono fermate e che posso arrivare a casa sano e salvo. puttane. non bisogna mai fidarsi delle fermate della metro. mai. mentono e ridono di te, soprattuto se credi di avercela fatta.
cadòrna, fermata cadòrna.
continua domani...
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli, ricordi
mercoledì 30 luglio 2008
la parola più bella del mondo
il chianghiere tiene la chianga, è quello che vende la carne, le sarcicce, lo spezzatino, le fettine, il macinato, che mi dà un chilo e mezzo di rosbif che stasera ciò ospiti? quello lì.
il chianghiere è il macellaio, per i comuni mortali, ma quello che macella, che passa la vita tra le carcasse di animali morti, chepperò chiamarlo solo macellaio è riduttivo perché quando dici chianghiere lo sai che stai dicendo una parola importante, mica come quando dici macellaio.
io ero piccolo, chessò, otto nove anni, e a volte il sabato pomeriggio andavo a fare la spesa coi miei, e andavamo anche da prisco 'o chianghiere, e prego dio che tutti si soffermino sulla g a lungo prima di stendere al massimo possibile il suono di quella i.
chianggghiiiere.
con la g dolce e muta, senza esitazione, ma non ostentata.
e prisco 'o chianghiere ci vendeva pure 'a tracchiulella, quando mia madre voleva fare il ragù alla domenica mattina, e io mi ricordo che faceva svuish, svuish, clang, clang, svuish, svuish, con il coltello e quella che io chiamavo la lima, ma che non era una lima perché serviva per affilare il coltello, e svuish, svuish, clang, svuish, destr, sinistr, destr.
prisco 'o chianghiere parlava parlava parlava, e noi stavamo le ore e le ore da prisco 'o chianghiere, perché a noi ci doveva fare il trattamento specIale, ché eravamo clienti affezionati, e ogni volta che entrava un altro cliente doveva spicciare prima a quell'altro là, così ci avrebbe dato a noi la carne più meglio, diceva. d'altra parte, quando andavamo da prisco 'o chianghiere ci andavamo col furgoncino, ché non prendevamo mai meno di mezza vacca.
forse perché tutte le volte che mia madre diceva 2 chili, lui diceva sempre So' 8 chili, che faccio, lascio? mamma diceva Vabbè.
il chianghiere, mi è tornato in mente oggi, quelle figure che attraversano l'infanzia di una persona e che lasciano una traccia, in un modo o nell'altro.
bella parola, chianghiere, ma comunque - secondo me - la parola più bella del mondo è agrimensore.
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roba che parla di: io me medesimo, ricordi
martedì 22 luglio 2008
del perché si è felici che certi eventi capitino una sola volta nella vita
avrò avuto undici, dodici anni al massimo, ed ero in sicilia, in vacanza coi miei.
a dire il vero non sono sicurissimo che fosse proprio in sicilia, né che fosse proprio durante quella vacanza, ma mi ricordo una quercia, grandissima, un campo enorme, terra brulla e arida, e il calore soffocante.
ero con mio padre, di questo ne sono più che certo, e c'era uno zio.
quando eravamo piccoli, per noi erano tutti zii, i grandi. era una forma tipica del sud italia: signore o signora era troppo distaccato, il "lei" era una forma ancora sconosciuta, e dare del "tu" semplice era forse troppo poco rispettoso, per cui ecco che diventavano tutti zii.
ma sto divagando.
avrò avuto undici, dodici anni al massimo, dicevo, e mi ricordo questa luce abbagliante e mio padre, magrissimo allora, che mi porgeva un frutto, oblungo e marrone, piatto, schiacciato, quasi inodore.
in napoletano, le carrube le chiamano 'e sciuscelle e io morsi come faceva lui, coi molari, che sembravo uno di quei vecchi attori che strappano via la punta del loro enorme sigaro.
non sapevo che fine avesse fatto questo ricordo, era nascosto in qualche angolino della mia memoria, fino a qualche sera fa, quando a casa dei miei uno spot alla tivù, in cui si parlava di carrube, lo ha tirato fuori dal suo nascondiglio polveroso.
e ridendo, ho confessato a mio padre quello che quel pomeriggio di tanti anni fa non ebbi il coraggio di dirgli.
babbo, gli ho detto, io la carruba l'ho assaggiata, tanti anni fa, e solo per quella volta lì, ma io il sapore me lo ricordo, come potrei dimenticarlo, babbo? i me lo ricordo, secondo me la carruba è un frutto che sa di merda.
beninteso, non che io l'abbia mai assaggiata, la merda, ma sono sicuro che se dovessi figurarmelo, in qualche modo l'accosterei alla carruba.
mio padre ha riso, ma alla fine mi ha dato ragione.
provatela, anche voi, e poi mi farete sapere.
la carruba, dico.
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roba che parla di: cazzate, io me medesimo, ricordi
lunedì 16 giugno 2008
autori vari
c'era un'edicola vicino casa mia, quando ero piccolo, e c'era un edicolaio nell'edicola, che mi era un poco antipatico.
però, all'epoca, quella era l'unica edicola che c'era vicino casa, che ci si poteva andare a piedi, perché allora, tanti anni fa, nella zona dove abitavo io c'eran poche case, tutti condomìni, e niente altro. ma un po' più lontano c'era questa edicola qua, attaccata a una salumeria, e c'era questo edicolaio qua, che era anche un poco antipatico.
a volte mia madre mi veniva a prendere a scuola con la macchina, e quando passava per la salumeria io scendevo per andare all'edicola, e ci andavo a caomprare topolino, ché quand'ero piccolo io leggevo topolino (anche fino a quando non ero proprio piccolo piccolo, ma vabè, non è che voglia parlare di topolino o della storia della mia infanzia).
e stamattina mi è tornato alla mente questo edicolaio qua, di questa edicola di tanto e tanto tempo fa, un'edicola che c'è ancora, ma non è più la stessa, che non è neanche più dello stesso edicolaio, lo so, perché quando ormai ero un ragazzo quel signore edicolaio morì (o morse) e io ci rimasi un po' male, perché sì, era antipatico, ma non così tanto. in fondo a lui interessava solo giocare le schedine del totocalcio. però, mi ricordo, ci andavo proprio spesso, da quell'edicolaio, e oltre a topolino, compravo anche le riviste di compiuter (ma anche questa è un'altra storia), che costavano cinquemila lire, me lo ricordo, e compravo anche i libri, tanti libri, ché lui c'aveva i libri che addirittura costavano mille lire. erano quelli scritti piccoli piccoli, quelli che la sera dovevi lasciare accesa la luce grande, in camera, sennò con quella sul comodino si vedeva comunque poco e dopo un po' ti lacrimavano gli occhi. quei libri che ho continuato a comprare per anni e anni, fino al liceo e anche un poco di università, finché, da un giorno all'altro, non sono più usciti. me lo ricordo, ne compravo un sacco, di quei libri lì, a mille lire, ma qualche volta, quando avevo messo qualche soldo da parte, compravo anche le videocassette, ma sempre quelle con le riviste o tipo quelle che eran la prima uscita di qualche raccolta, perché costavano di meno, mentre le altre uscite sarebbero costate almeno il doppio.
e stamattina, dicevo, mi è tornato alla mente questo edicolaio qua, di tanti anni fa, dove compravo topolino, e le riviste per compiuter, e i libri, e le videocassette. mi è tornato alla mente, vivo e vivido come fosse stato ieri, un episodio preciso, di una volta che comprai a mia madre una bella videocassetta, con in regalo un libro. l'idea era quella di regalare a lei la videocassetta e tenere il libro per me.
la videocassetta era "non ti pago", di eduardo de filippo, me lo ricordo perfettamente. ce l'ho ancora, quella cassetta, anche se il mio videoregistratore ormai è morto da qualche anno. ma, dicevo, mi son ricordato del libro, quel libro incartato, una sorpresa, come per dire Eccomi, sono proprio io, il regalo, e io già immaginavo chissà quale splendido romanzo, quale meraviglia letteraria.
la videocassetta era "non ti pago", di eduardo de filippo, e l'abbiamo vista quella sera stessa.
il libro, invece, era tumori e timori, di autori vari.
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roba che parla di: io me medesimo, letteratura, ricordi
lunedì 7 aprile 2008
il fuoco della passione
Dante era una di quelle persone che avevano la propria opinione su tutto.
Lo conobbi nel periodo in cui cantavamo ai matrimoni. Lui era un tipo alto, un basso. Capelli impomatati e buttati all'indietro, barba sempre perfetta. Se la tirava tantissimo, sebbene fosse soltanto un corista del San Carlo, e non un solista, ma - si sa - molte persone nascono divi.
Dante la sapeva lunga, soprattutto sulle donne. Tra le tante idee balzane, mi ricordo che era convinto di un legame - secondo lui, sia chiaro - tra la gola, "il luogo dove nasce la voce" e le parti intime, sia maschili che femminili. È per questo, diceva, che molte donne sono attratte dalla voce di un uomo, e molti uomini dalla voce di una donna.
Diceva, Dante, che tutte le mucose son collegate tra loro, e se un uomo è capace, può farle vibrare a suo piacimento.
Proprio così, la bocca, la gola, i sessi, sono tutti legati dalle onde sonore.
A me piaceva ascoltare Dante, mi faceva divertire questo suo modo tutto particolare di guardare la vita, le donne, la musica.
Ed era da un po' che non pensavo a Dante e ai suoi collegamenti.
Fino a stamattina, pensa. Proprio mentre ero al bagno. E mi è tornato alla mente, questo discorso qui, questo del filo invisibile che collega voce e intimo, gola e lussuria. Non so se mi è tornato alla mente a causa del gloria di vivaldi che ho ascoltato alla radio, o per via dei fagioli piccanti che ho mangiato ieri sera.
lunedì 11 febbraio 2008
vi presento giò blek
febbraio, 2008
mi chiamo michele. ho quasi trent'anni. se fossi un fatto di cronaca, il telegiornale direbbe di me un uomo di trent'anni. io mi sento ancora un ragazzino.
faccio pensieri strani: penso a una famiglia, penso a comprare una casa, penso al lavoro, alla politica del mio paese.
mi chiamo michele. sono un ragazzo di quasi trent'anni.
ho una laurea, un lavoro, una ragazza, e in questo momento i miei pensieri sembrano quelli di una persona matura.
mi chiamo michele. ho quasi trent'anni.
sono indipendente, gestisco la mia vita, dalle piccole cose a quelle grandi.
febbraio, 1993
mi chiamo michele. ho quasi quindici anni.
sono un adolescente, non sono più un bambino, e frequento il liceo scientifico.
ho un sacco di amici, molti dei quali, ne sono sicuro, resteranno grandi amici per anni e anni.
mi chiamo michele, e ho quindici anni.
quando è bel tempo vado a scuola con giovanni, che mi viene a prendere col motorino, sennò mi accompagna mio padre.
sono un tipo simpatico, anche se un po' goffo. ho un sacco di idee, faccio un sacco di cose, e non ho la più pallida idea di quello che farò da grande.
mi piace leggere, il cinema e la musica. adoro la musica, non riesco a immaginare la mia vita senza.
febbraio, 2008
mi chiamo michele. ho quasi trent'anni.
sono un uomo, ma poco più di un ragazzo, e faccio il programmatore.
ho un sacco di amici, molti dei quali me li porto dal liceo e, ne sono sicuro, dopo quindici anni resteranno miei amici per sempre.
sono un tipo simpatico, anche se un po' goffo, ma maschero bene.
ho un sacco di idee, faccio un sacco di cose, e non ho la più pallida idea di quello che farò da grande.
mi piace leggere, mi piace il cinema, mi piace la birra e mi piace la musica. adoro la musica, non riesco a immaginare la mia vita senza.
febbraio, 1993
mi chiamo michele. ho quindici anni. oggi è lunedì, una bellissima giornata di sole. giovanni è venuto a prendermi col motorino.
nessuno dei due ha fatto i compiti, ieri.
mi chiamo michele, ed è una bellissima giornata: abbiamo bigiato, e abbiamo portato con noi pure antonio, che nemmeno aveva fatto i compiti, ieri, ma tanto anche se li avesse fatti sarebbe venuto con noi lo stesso.
febbraio, 2008
mi chiamo michele.
ho quasi trent'anni. oggi è una bellissima giornata di sole, sembra che la primavera sia scoppiata con prepotenza, prima del tempo.
è lunedì, e mi sento bene, sorrido.
mi chiamo michele.
ho quasi trent'anni.
e stasera, col mio collega, bigiamo il corso di francese, ché non abbiamo fatto i compiti.
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roba che parla di: amicizia, belgio, io me medesimo, ricordi
domenica 27 gennaio 2008
mercoledì 12 dicembre 2007
ricordo con assoluta precisione il giorno in cui sono partito dall'italia per venire a vivere in questo splendido reame che è il belgio
era il 18 maggio. 2007.
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roba che parla di: belgio, io me medesimo, ricordi
venerdì 9 novembre 2007
compartecipazioni post-moderne tra passato e futuro
io e un mio vecchio amico, in una vita passata, iniziammo un giuoco perverso, partendo da una famosa pubblicità:
ma tu sbagli candeggio!come disse la lavandaia.
e proseguimmo con:
- tu sbagli fraseggio - il musicista
- tu sbagli drappeggio - il tappezziere
- tu sbagli volteggio - yuri chechi
- tu sbagli solfeggio - lo studente al conservatorio
chi continua?
fry simpson:
tu sbagli campeggio - il caposcout
lobotomica:
tu sbagli cazzeggio - senape?
tu sbagli vaneggio - Eugène Ionesco
elena:
tu sbagli palleggio - allenatore di basket
tu sbagli parcheggio - il marito alla moglie
oriana:
tu sbagli carteggio - il mittente
tu sbagli conteggio - all'assistente di volo
francesco:
tu sbagli dardeggio - il supereroe
tu sbagli borseggio - quello che scippa le vecchine
paolo beneforti:
tu sbagli maneggio! - l'istruttore d'ippica
yu:
tu sbagli taccheggio! il prof ladro all'apprendista
anonimo:
tu sbagli scoreggio!! (ecco l'ho detta)
disintegration76:
tu sbagli fraseggio... l'allenatore di calcio
tu sbagli reggio... l'insegnante di geografia
tu sbagli carteggio... lo scrittore
tu sbagli punteggio... il quarto uomo
tu sbagli dileggio... un nano a certi giornalisti
tu sbagli aggeggio... il mio meccanico al suo aiutante
tu sbagli greggio... il petroliere (o il gabibbo, a scelta)
tu sbagli alpeggio... lo scalatore al compagno
tu sbagli taleggio... il salumiere al caseificio
tu sbagli pareggio... moggi a paparesta :)
tu sbagli seggio - disse lo scrutatore al distratto elettore [notare la rima]
lud_wing:
Tu sbagli ormeggio! - il pirata
anonimo 2:
Tu non sbagli, peggio! cit.
yu:
tu sbagli arpeggio - il maestro al musicista
t.s. sorteggio - uno che ha rosicato
t.s. molleggio - la prof di ginnastica
[complimenti per l'abbreviazione :)]
iMod:
tu sbagli palpeggio - il maniaco...
tu sbagli voltaggio - l'elettricista
AnniKa:
Tu sbagli il mappaggio, disse l'agrimensore. ;)
Antonio:
tu sbagli pusteggio - io
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roba che parla di: ricordi, siocchezze
mercoledì 31 ottobre 2007
quando eravamo piccoli noi
io mi ricordo, quando ero piccolo, mi ricordo quei cartoni animati che c'avevano una trama lunga, di quelli che se ti perdevi un episodio era finita, ché riprendere il filo era un'impresa.
mi ricordo di tutte quelle storie tristissime, tipo candy candy, dove c'era chi moriva in guerra, chi in un incidente stradale, quello che era innamorato di quella che però non se lo filava ché era innamorata di un altro e ne parlava proprio con lui;
ricordo di storie come georgie, o heidi, o remì, o simili, dove la madre muore sempre di parto, il padre si alcolizza e/o li abbandona, lei s'innamora del fratellastro, tutti fanno una vita di merda sotto i ponti ma son felici lo stesso, il buon padre voleva un maschietto e trasforma la figlia in una macchina da guerra; la signora rottermaier: la signora rot-ter-ma-ier!
roba che c'ho avuto gli incubi fino a ventisei anni.
oggi no, oggi i cartoni animati (e le sigle) sono mediocri, sono storielle politicamente corrette, non muore mai nessuno, sono senza trama, senza mordente.
i bambini di oggi, questi cerebrolesi del futuro, guardano i teletabbis.
ché i psicologi moderni han studiato che ai bambini gli piace rivedere le stesse cose, e allora loro, i psicologi han detto facciamo le storielle che le rimandiamo a ripetizione, così si risparmia anche con il materiale.
ci credo io che poi i bambini maltrattano i genitori.
[microsondaggino:
a me, piaceva jeeg robò d'acciaio e daitarn 3 (soprattutto le sigle, che ascolto ancora). e a voi?]
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roba che parla di: io me medesimo, ricordi
giovedì 25 ottobre 2007
un disperato bisogno d'ammmore
io sono un tipo Romantico. si, quelli con la R maiuscola, roba che - per esempio - quando sono innamorato faccio le serenate al telefono alla mia fiancée (no, amore, non ti preoccupare, non sto dicendo i fatti nostri in giro, tanto più che 'sto blog non lo legge nessuno...), le leggo le poesie d'ammmore, oppure ascolto la musica d'ammmore.
e prima, quando ero triste, ascoltavo la musica, però quella ancor più triste, così che se prima c'erano speranze, dopo aver ascoltato una bella canzone triste io mi sentivo ancora più triste e non pago di questa tristezza infinita, mi vedevo costretto ad ascoltare un'altra canzone ancor più triste triste triste, ad libitum sfumando.
però oggi m'è tornato alla mente un periodo della mia vita, triste (il periodo, non la vita), di quando una tipa mi aveva scaricato. (il lessico è stato valutato con cura, non giudicatene subito la scelta: trattasi di dolo)
e io allora, dopo un lento crogiolarmi nel pessimismo cosmico, ho ritrovato me stesso ascoltando dolcissime canzoni d'ammmore.
canzoni che c'avevano le rime bellissime, che non ho sentito mai in nessun'altra canzone d'ammore. canzoni che parlavan proprio di me, che descrivevano preciso preciso quello che io stavo provando in quel momento di sconforto.
canzoni di tradimenti, di viaggi, canzoni Romantiche.
canzoni dure, dirette, canzoni senza peli sulla lingua.
canzoni dove la luna sembrava un limone e il cielo era di cartone.
da allora, quando son triste, non metto più le brutte canzoni.
da allora, quando son triste, io ascolto queste canzoni qua. da allora, quando son triste, io ascolto gli squallor.
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martedì 23 ottobre 2007
mia sorella che usi le cappa
mia sorella, per quanto femmina (evvai!) è una che lo usa il cervello, ogni tanto. (mica sempre)
fa cose intelligggenti, colte, va a teatro, ambo i lati, scrive sul giornale, da piccola scriveva i temi che glieli leggevan tutte le maestre, e quando tornava a casa i miei li leggevano ai vicini e tutti a complimentarsi e a dire brava, brava. (si, senza che state lì a pensar male: rosicavo.)
per dire, è una tosta.
c'ha l'estro.
ad esempio, mi ricordo che quand'eravamo piccoli, una volta siamo andati in sicilia, e c'era questo zio che aveva un cagnone enorme, cattivissimo, un mix tra un mastino napoletano, un coccodrillo e clemente mastella.
dick, si chiamava, (il cane, non lo zio) e c'eran anche i parenti dalla germania, che non sapevano parlare italiano, ma dicevano le cose divertenti, con qwell axxento teteshco che fa tanto umile serfo tella figna tel sicnore. e dicevano "dick manciare oriana!" e lo zio, che aveva capito tutto della vita, diceva "no, no, oriana mangiare dick!".
sempre per dire.
io però non la sopporto, a mia sorella, quando scrive come un essemmeesse.
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sabato 6 ottobre 2007
storia della filosofia greca e ateismo panteistico
quando andavo al liceo, tra le altre cose, mi piaceva anche la filosofia. si, quela cosa che (mi pare dicesse voltaire, o de crescenzo, non ricordo) con la quale o senza la quale il mondo resta tale e quale.
e mi ricordo che mi appassionai anche a de crescenzo (mica voltaire!), e mi ricordo che lessi questa cosa su "storia della filosofia greca", mi pare, che diceva che tutte le cose, tutti gli oggetti hanno un'anima.
ma non nel senso cristiano, che c'entra, no, le cose hanno l'anima di chi le ha possedute, e c'era questo esempio (che a me mi ha sempre commosso) che dice che - per esempio - un paio di occhiali, o una pipa, di per sé non significano niente, ma se tipo stanno sulla scrivania dello studio e sono gli occhiali o la pipa che appartenevano a tuo padre, e metti che tuo padre adesso non c'è più, allora ecco che quegli occhiali e quella pipa c'hanno dentro l'anima di tuo padre e non sono più occhiali e pipa qualsiasi, e tu ci pensi, a tuo padre, e questa cosa qua mi ha sempre commosso.
anche qui a brussel ci sono gli oggetti, le cose, e mi parlano, ma sono diversi, mi dicono cose diverse.
non lo so se c'hanno l'anima, però capisco quello che dicono: "basta stare nel lavello, lavaci."
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roba che parla di: belgio, io me medesimo, letteratura, ricordi
mercoledì 26 settembre 2007
io al liceo mi piaceva leggere
mi ricordo una volta, la prof di italiano, una racchia zitella indegna persino di essere dileggiata da guccini o de andrè, mi disse "bravo, stavolta hai scritto proprio un bel temino. cinque quattro e mezzo".
si, perché quella cerebrolesa che non conosceva la differenza tra sensista e onomatopeico (per lei sprimacciare il cuscino [mi pare parini, il mattino] era onomatopeico. eh già, perché a me tutte le mattine, quando rifaccio il letto, il cuscino mi fa "sprimacc, sprimacc") non mi ha mai messo più di 4, penso fondamentalmente perché non conosceva neanche troppo bene il congiuntivo, viste le volte che trovavo prima sottolineato come errore e poi scancellato (si si, l'ho scritto apposta con la s...).
resta il fatto che non dimenticherò mai quando una volta, dopo avermi corretto un'opinione (beh, si ce le avevo già al liceo...), mi disse che - inoltre - l'avevo scritta male. no, non male come scrivo su questo blog, è chiaro, qui ho tanti di quei flussi di (in)coscienza che manco joyce, no, no, avevo solo messo qualche incidentale e forse un verbo alla fine.
provai a usare la parola "stile" per giustificarmi (di cosa non so, visto che la mia unica colpa era pensarla diversa...) ed ella con quel candido sorriso da ebete mi rispuose: "ma che vvuo' fa', 'o scrittore?"
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