battaglie elementari
mariagrazia era più grande di me, ma di qualche mese. alle elementari non mi vergognavo di sedermi vicino a lei e giocare a battaglia navale. qualcuno ridevo di me perché mi ero seduto vicino a una femmina.
certe volte mariagrazia si sedeva sul davanzale della finestra, e insieme a qualche altra ragazza cantavano le canzoni coi testi presi da tv-sorrisi e canzoni. sbagliavano sempre il tempo, però lei era intonata.
un giorno sono entrato in classe mentre cantavano no vasco no vasco io non ci casco e sono diventato una torcia umana.
forse autocombustione, forse solo il fatto che non andassero a tempo perché non rispettavano le pause, chissà. sta di fatto che ho preso fuoco, e mi hanno spento a pedate.
penne al salmone
ieri sera ho preparato la cena.
a volte lo faccio.
poi mi han chiamato i miei.
a volte lo fanno.
ha risposto lara, io cucinavo.
i miei ormai non mi cagano più, telefonano solo per vedere beatrice, e infatti non chiamano: videochiamano. 'sto cazzo di skype.
poi ho finito di cucinare, e sono andato anche io di là per parlare con loro.
solo che mentre andavo ho preso fuoco, e mi sono rotolato sul parquet del soggiorno. per spegnermi. invano.
speriamo che il padrone di casa non si lamenti per due bruciature qua e là.
lara e beatrice mi hanno spento a pedate.
strumenti da lavoro
è una storia che parla di strumenti, di lavoro e della loro unione.
oggi si fa presto a dire "strumenti da lavoro" che uno subito vola con la fantasia alla cassetta degli attrezzi.
trapani, cacciaviti, pinze, tenaglie, quegli strumenti lì. però, pensa te, pure un computer è uno strumento da lavoro. una macchina per cucire? l'avresti mai detto? pure lei.
poi ci stanno altri strumenti da lavoro come le perette e i contagocce.
questa storia qua parla di cacciaviti. a stella.
ne ho usato uno per aprire un computer, oggi al lavoro, solo che era ancora collegato alla rete elettrica.
è saltato il salvavita.
giovedì 4 marzo 2010
tre racconti assolutamente identici
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli
venerdì 29 gennaio 2010
23 favole con ricevuta di ritorno
l'oroscopo del 2010 dice che questo sarà l'anno del muflone assortito (il mio) e io ci credo assai, azzo se ci credo.
sarà un anno ricco di soddisfazioni e sorprese, di novità, di scoperte, di impegni e di gratificazioni. purtroppo sarà pure povero, di tempo e di denaro, di conseguenza questo blog soffrirà insieme al tenutario.
per questo vado subito al dunque, e vi faccio subito dono di queste 23 splendide favole, concepite la notte scorsa, e che si rifiutano categoricamente di seguire la serie di fibonacci.
1. Il mistero del cavallo a scoppio.
7. Il cappellano matto.
11. La principessa dalla barba di cristallo.
16. Il bruco Oreste e il diuretico della regina
23. La vendetta del reflusso gastroesofageo.
Probabilmente qualcuno un po' più attento avrà notato che delle favole ci sono solo i titoli: usate la fantasia, mica posso fare tutto io?!
Volendo si può fare un po' come col buon guidocatalano, che io v'offro il titolo e voi ci mettete la storia. Altrimenti (per i più pigri) si può trasformare questo post in una compartecipazione post moderna dove il pubblico da casa sceglie il titolo e io ci metto la storia.
Ed ecco svelato il mistero della ricevuta di ritorno.
(Aut.min.conc. scad.31.1.1.0 non è necessaria prescrizione medica. forse per me.)
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli
mercoledì 9 dicembre 2009
del perché sia negativo per l'ambiente produttivo arrivare presto in ufficio.
qualcosa di diverso.
mattina presto, pareti bianche, il piano è deserto.
solo quattro gatti, più assonnati di me, eppure qui dentro c'è qualcosa di diverso: manca qualcosa.
è una frazione di secondo: parete bianca, tre porte, lavabi, distributore del sapone e quello del disinfettante (paura influenza anche qui).
occhio cisposo e sonnacchioso continua l'analisi, che cosa manca, che cosa manca?
guardo,
destra,
specchio,
io,
testa,
sinistra,
dormo,
parete,
guarda,
parete vuota,
occhio,
guarda,
parete vuota, parete vuota,
altro,
altro?
altra. l'urlo: l'altra.
mi scuso: capisco.
parete vuota: mancavano i pisciatoi.
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli
mercoledì 25 novembre 2009
sui delicati equilibri interpersonali e le loro sottigliezze semantiche
la fidanzata del mio amico ha i baffi.
ecco, adesso non vorrei che subito si saltasse a conclusioni affrettate. a facili giudizi o facili umorismi. neanche vorrei che mi si prendesse per un retrogrado, sessista o chessò io. d'altra parte girare intorno all'argomento, come si dice, fare giri di parole per esprimere un concetto semplice (mi è venuto in mente dopo aver letto un simpatico articolo, ieri, sull'antitaliano), dicevo, girare intorno all'argomento, magari parafrasando o perifrasando, non mi ricordo mai quale delle due, forse tutte e due, comunque, com'è, come non è, io ormai l'ho detto e non lo posso più ritirare, al massimo posso spiegare, argomentare, far meglio comprendere quello che ho detto dicendo quello che ho detto, e cioè che la fidanzata del mio amico ha i baffi.
è vero, bisognerebbe prestare attenzione a quello che si dice, misurare le parole, ho conosciuto gente che si offendeva per un nonnulla, per una sciuocchezzuola; si sa, c'è gente permalosa in giro, ma forse la sto tirando troppo per le lunghe, non vorrei essere noioso e prolisso, anche perché poi sto uscendo fuori argomento. la frase che ho detto prima, ecco, sì, che la fidanzata del mio amico ha i baffi: merita una spiegazione, e adesso basta tergiversare, lasciate che affronti la questione di petto e mi prenda le mie responsabilità, perché ho detto quello che ho detto e adesso devo sistemare le cose, perché non si posson dire certe cose, certe frasi come "la fidanzata del mio amico ha i baffi" e lasciarle così, sospese nel vuoto senza neanche una piccola correzione, una sciacquata di tali panni nell'arno della comune coscienza e del condiviso senso del pudore. non avrei mai dovuto dire che la fidanzata del mio amico ha i baffi, perché certamente tutti... no, non tutti, voglio sperare, ma molti, dài, molti sì, sicuramente, avranno attribuito a quella parola chissà quale valore, chissà quale significato, quando in realtà io, ingenuamente, ammettiamolo pure, ingenuamente, ho asserito con puerile innocenza che la fidanzata del mio amico ha i baffi.
inutile adesso cercare di trovare un'esplicazione semiotica, un'esegesi didascalica, financo una giustificazione morale adducendo scuse come l'irresponsabilità del flusso di coscienza o la foga dell'estasi narrativa. ho commesso un errore dicendo che la fidanzata del mio amico ha i baffi, perché, come diceva qualcuno, le parole sono importanti, bisogna sapere di cosa si parla e io ho dato per scontato che tutti la pensassero come me. quindi ecco le mie scuse e la mia correzione, perché dicendo che la fidanzata del mio amico ha i baffi ho commesso un veniale? mortale? peccato, ho peccato di superficialità: non posso e non dirò che la fidanzata del mio amico ha i baffi, perché non credo che si sposeranno.
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli, vita di coppia
lunedì 16 novembre 2009
una storia che la volevo scrivere in francese, invece poi no.
l'uomo senza cappotto aspettava alla stazione centrale, sotto l'orologio senza lancette. aspettava e osservava. guardava la gente passare, chi scendeva le scale per prendere il tram, chi correva per non perdere il treno.
guardava i senzatetto della stazione centrale, seduti sulle panchine o sdraiati in un angolo.
ogni tanto ascoltava, l'uomo senza cappotto, ma non prestava attenzione, preferiva gli odori.
hotdog, cipolle, grasso, sudore, persone, pioggia, acciaio e legno, freni, inverno.
odori famosi, diceva, li riconosceva ogni volta, e anche senza spostarsi dall'orologio senza lancette, sapeva perfettamente da dove venissero.
gli piaceva che gli si incollassero addosso e se li portava a casa come un ricordo, quando tornava a casa dopo una lunga giornata, dopo avere atteso a lungo. in fondo, diceva, non aspettava mai a lungo, anzi. non aspettava affatto, diceva, perché anche senza cappotto, diceva, puoi restare tutto il tempo che vuoi sotto un orologio senza lancette, perché tanto lì sotto, diceva, lì sotto il tempo non passa.
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roba che parla di: raccontelli, siocchezze
venerdì 6 novembre 2009
esse di esperimento
il mondo finisce alle sette meno un quarto. ci si potrebbe organizzare meglio, si potrebbe andar tutti quanti allo zoo comunale, ma chiude prima, poi in inverno fa buio presto, e Gervaso ci ha i reumatismi.
ho sempre pensato che Gervaso fosse un brutto nome, ma da quando ho scoperto che suo nonno ha partecipato alla resistenza nel '45 mi son sentito in colpa. non è che adesso mi metto a cambiare idea solo perché il nonno ha fatto la guerra, pure mio nonno avrebbe fatto la guerra se fosse stato ancora vivo. ma, mi dicono dalla regia che era ancora vivo. nonno, e che facevi, tu, durante la guerra? non rispondi, eh? ah, sei morto. scusa, non volevo. magari ripasso. nonno, non ti ho mai conosciuto, ma mi sarebbe piaciuto assai. pensa che abbiamo un sacco di cose in comune, padre e figlio a parte, chiaro.
so che lavoravi il legno, che dico, eri ebanista, oggi artigiani come te non esistono neanche più. so che ballavi il tango, che era uno spettacolo stare lì a guardarti ballare con la nonna. queste son cose che piacerebbe fare anche a me, ma il massimo d'intaglio che ho fatto è stato una zeppa da mettere sotto al tavolo che ballava, e di sicuro quel tavolo ballava il tango meglio di me, che ci ho provato due volte e ho rimediato una psicopatica che ci ha provato nonostante marito e figlio.
nonno, io non so come sono arrivato a questo punto, visto che dovevo parlare della fine del mondo delle sette meno un quarto, ma dal momento che ho perso il filo del discorso, direi di chiuderla qui, magari ci sentiamo un'altra volta, così ti racconto di mia figlia. e, già che ci sono, rimando anche la fine del mondo, va.
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roba che parla di: io me medesimo, raccontelli
mercoledì 24 giugno 2009
cuius regio, eius spinacio
certe storie non vorrebbero mai essere raccontate. vorrebbero rimanere sepolte nel cimitero della memoria, o impolverate sullo scaffale più alto della biblioteca del ricordo. tuttavia, qualche forza misteriosa, qualche delicato intrico del destino, porta alla luce questi episodi, e a quel punto non è più possibile resistere al desiderio di divulgarli.
ingmaro era un giovane artista guascone, un poveraccio, nato da genitori tedeschi con un occhio di riguardo per la svizzera, la svizzera verde.
sebbene modesto e parco, ingmaro avea lo vezzo astruso d'adoprarsi in singolari grammatiche, preferendo vetusti lemmi, inusitate et arzigogolate costruzioni per crogiolarsi della sua raffinatezza semantica, all'uopo ostentata, vieppiù decantata.
sovente, ingmaro, non disdegnava neppure d'abbimarsi con pronagioni inventevoli, privide di significazione ma giovemplici di sonorità appivata, rimevoli e molto ben incontate con lo resto della forma seppur insustanziali.
com'accennavo, ingmaro era un artista, un disegnatore. ello, per lo più, disegnava spinaci. spinaci in foglie, spinaci tritati, spinaci grandi, spinaci piccoli, spinaci freschi, spinaci marci, spinaci bagnati, còlti, spinaci in campi e, talvolta, financo zuppe di spinaci.
egli sarebbe stato felicissimo se la sua arte fosse stata utilizzata sulle buste dei surgelati, tuttavia, accadendo che la nascita sua s'ebbe nell'anno del signore 1573, sfortuna volle che il freezer sarebbe stato inventato solo tre secoli dopo, cagionando la di lui ben nota paupertate. tale anacronistica malaorse, inoltre, fu per ingmaro fonte di incredibile infelicità, et indicibile pena, nonché penuria: ingmaro era povero, povero come solo un pover disegnatore di spinaci può essere.
così, nei momenti di povertà e depressione più acuti, nonché di fame estrema, il buon ingmaro prendeva i fogli di carta più morbidi e delicati, e cominciava a disegnare i migliori spinaci della sua vita: foglie larghe, succose, vivide, invitanti e già bollite. poi li ritagliava e, senza neanche l'abbondanza della colla vinilica (che d'altra pare sarebbe stata inventata da lì ad altri quattro secoli), preparava delle pregevolissime frittate.
la vita di ingmaro, quindi, proseguì in questo modo per molti anni, tra mille disegni e atroci diarree, finché l'imperatore alsaziano di svevia non si accorse di lui. il giullare di corte, mandracchino de' boccacci, infatti, raccontò all'imperatore la storia di quest'artista guascone, sperando di divertire il suo sovrano con le stramberie fritto-linguistche di questo giuovine visionario, ma non ottenne altro che trstezza, curiosità e tristezza. poi di nuovo curiosità. un altro poco di tristezza. infine curiosità.
il tristo imperatore alsaziano, dunque, fece decapitare mandracchino, e poi, incuriosito, si fece portare a corte questo bizzarro guascone.
ingmaro fu accolto in maniera festante, il cuoco di palazzo gli preparò una vera frittata di spinaci, fu lavato, vestito, profumato e - a sera - fu accolto, nientepopòdimenoché, dallo stesso imperatore in persona proprio lui.
durante il loro brevissimo incontro, ingmaro non seppe dire altro se non "non sappia la tua mano sinistra cosa fa la destra", con l'indice sinistro ben alzato. dopo un attimo di silenzio aggiunse: "come disse sergei rachmaninov".
com'è noto, citare un pianista con tre secoli d'anticipo non riesce ad evitare la prigione. ingmaro fu rinchiuso nelle scuderie di corte, ma gli fu lasciata la possibilità di disegnare. così, prigioniero e triste, ingmaro smise di parlare per sempre, ma da quel momento prese a disegnare furiosamente. disegnò il desiderio di libertà, la voglia di evasione e tutti i sogni proibiti del mondo. sebbene nessuno riuscisse a capire il significato di tali disegni, ingmaro fu giustamente giustiziato qualche anno dopo. l'imperatore alsaziano vendette tutti i disegni di ingmaro alla casa d'aste christie's, ben due secoli prima della sua fondazione, dimostrando - in un certo qual modo - che ingmaro, forse che forse non ci aveva poi tutti i torti.
se c'è una cosa che questa triste storia ci insegna, è che deridere citazioni bibliche sulla carità cristiana contravviene alla règia legge numero 713 comma 45 dell'impero italico dello secolo attuale, indi per cui e pertanto questo post non esiste, non è mai esistito né mai esisterà, e pertantovvero non contravviene neanche la dichiarazione di interruzione di attività e vendita del blog quivi pubblicata ieri.
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roba che parla di: blog, raccontelli
mercoledì 6 maggio 2009
tesi, antitesi, apostasi: favole x per bambini y
favola triste per bambini allegri
c'era una volta la regina del connecticut. si chiamava osteoporosi, e per questo non trovava marito.
osteoporosi desiderava un uomo forte e intelligente, che la sapesse comprendere ed apprezzare. un uomo in grado di soddisfare le sue esigenze senza accondiscendenza; un uomo virile ma dolce, fiero e innamorato. un uomo autoritario ma comprensivo, capace di prendere e di dare. fiero della propria indipendenza e capace di lasciarla libera ogni volta che osteoporosi ne sentisse il bisogno.
un uomo vivo, dinamico, senza se, ma con qualche ma.
osteoporosi trovò queste qualità in callisto, il principe del minnesota.
ma callisto era gay.
favola grassa per bambini magri
la piccola gioppina aveva mille amici immaginari. c'era aldo, il folletto dei gelati. c'era romoaldo, il folletto dei biscotti al cioccolato. c'era gesualdo, il folletto delle caramelle gommose. poi c'era castaldo, il folletto obeso delle corse in bicicletta.
gioppina amava giocare coi suoi mille amici immaginari, soprattutto perché questi ultimi le donavano gelati, biscotti al cioccolato, caramelle gommose e tanto amore.
un giorno gioppina, sotto una pietra lavica, scoprì un nuovo folletto, tutto rosso, con gli occhiali da presbite a variazione cromatica.
- e tu chi sei? - chiese gioppina
- sono il folletto dell'amicizia! - disse lui.
- e come ti chiami?
- non ho un nome, ma se vuoi, puoi chiamarmi dottor morte.
e in quel momento gioppina evaporò in una nube di anidride carbonica e vapor aqueo.
favola alta per bambini bassi
i vermi delle filande, si sa, non amano il polo. e non lo amano sia per colpa dei cavalli sia per colpa dei pinguini. i vermi delle filande, si sa, non amano il polo, ma alcuni di essi, in un luminoso pomeriggio d'autunno, scoprirono di non amare nemmeno la pesca.
favola secca per bambini umidi
- ce l'avevo, ma al mio editore non è piaciuta, e quindi niente.
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roba che parla di: cazzate, raccontelli
mercoledì 8 aprile 2009
l.m.a.d.u.g.l.d.i.t.el.s.v.d.s.e.e.t.,t.a.,s.,a.,v.,f.ec.a.s..i.t.p..f.q.. (terza e ultima parte)
la giornata iniziò male, e benché io non sia un tipo superstizioso credo che in giorni del genere la cosa migliore sia non telefonare al servizio clienti.
tuttavia, la mia ben nota caparbietà mi spinse a perseverare nella colpa, e dopo il primo drammatico tentativo, non mi persi, e richiamai di lì a poco.
- salve, vorrei parlare con una persona competente.
- mi dica.
- ho chiamato mezz'ora fa per un problema tecnico, ma il suo collega non è stato in grado di aiutarmi.
- lei è quello del blu ray?
- in persona.
- mi spieghi.
gli spiegai.
in francese.
ascoltò.
in francese.
mi fece le stesse domande del collega con le scimmiette nel cervello.
ma ascoltando le mie risposte.
alla fine mi disse quello che volevo sentirmi dire.
- mando il corriere a prendere il suo pc. le va bene mercoledì?
- mercoledì è perfetto.
- ci vorrà una settimana.
- benissimo.
- grazie.
- a lei.
dalla prima lettera di Toshiro Mitsune a Michele e Signoraconcludo questa mia testimonianza con alcune osservazioni e una morale.
fratelli,
nell'esortarvi, per la misericordia di dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a dio, vengo a voi con questa mia addirvi (una parola).
la mortificazione spirituale e corporale da me stesso medesimo autoinflittami per avere osato vendere a voi comuni mortali un prodotto difettoso, sia per voi consolazione di tutte le pene che siete stati costretti a sopportare.
nondimeno, anche ai responsabili di codesto esecrabile misfatto, ovvero i 1023 dipendenti del reparto dischi e dischetti, hanno ricevuto la giusta punizione, la meritata amputazione del mignolo della mano sinistra.
se questo ancora non dovesse bastare a placare la vostra collera e a non farvi passare alla concorrenza, ecco in omaggio una fantasticissima pezzuolina in microfibra, che potrete utilizzare senza aggiunta di prodotti chimici per pulire lo schermo del vostro portatile, ché quando ce lo avete mandato ci aveva lo schermo sozzo sozzo.
parola di Toshiro Mitsune,
megadirettore galattico della ditta che mette il logo sui vostri portatili.
osservazioni:
1. guardare un blu ray su un 32 pollici hd ready ha dell'incredibile. io non pensavo che fosse così esagerata la differenza, invece è proprio - come dire - esagerata.
2. è vero, il monitor del mio pc faceva schifo, e me l'hanno mandato incredibilmente pulito. per fortuna è tornato agli antichi fasti in meno di 22 ore.
c. il servizio clienti telefonico di questa società fa schifo al 50%. almeno, stando alla mia esperienza personale.
morale:
i cucuzzielli alla scapece sono un contorno perfetto per la carne alla piastra. per la ricetta domandare a mamma.
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roba che parla di: belgio, io me medesimo, raccontelli
martedì 7 aprile 2009
le meravigliose avventure di un giuovine lavoratore dell'informescion tecnòlogi e le straordinarie vicissitudini del suo elaboratore elettronico trasportabile, tra apparizioni, sparizioni, amore, viaggi, fantascienza e cucuzzielli alla scapece. in tre puntate. forse quattro. (seconda parte)
- chiamatemi ismaele. in cosa posso esservi utile?
- salve. avrei un problema col pc. lei parla inglese?
- oui.
il mattino ha l'oro in bocca.
no, chi ben comincia è a metà dell'opra.
no, aspetta: aiutati che il ciel t'aiuta.
no, no, neanche... ecco, ora ricordo: il buon giorno si vede dal mattino.
- avrei un problema col pc: il lettore blu ray non funziona. se inserisco un cd o un dvd vengono letti correttamente. anche il masterizzatore cd-dvd funziona. è proprio la lente blu ray che non va. mi può aiutare?
- potrebbe essere un problema software.
- beh, sì, ci avevo pensato, ma proprio ieri ho aggiornato il firmware, e non è cambiato nulla.
- quali software ha installato?
- mmm, nessuno, perché?
- perché potrebbe essere un problema software.
- guardi, sono ragionevolmente sicuro di poter escludere la natura software. ho provato il disco sia con linux che con windows, e le posso dire che è proprio un poblema del drive
la vista si annebbia. i miei ricordi diventano frammentati e un senso di stordimento generale invade la mia persona quando dall'altro capo del telefono la parola drive, nell'improbabile anglo-francese di ismaele, muta d'accento e di pensier, e si trasforma in un driver.
- drive. ho detto drive. le lecteur
- ah, ho capito. ma lei con quale programma ha letto il disco?
- vede, signor ismaele, come le accennavo prima, io uso linux. ho solo una piccola partizione col sistema operativo originale e tutti i suoi programmi preinstallati. la uso in casi di emergenza, come questo, per controllare che non ci siano problemi hardware. come, appunto, in questo caso.
- sì, ma con quale programma ha letto il disco?
ho una strana sensazione di déjà vu.
- tutti. tutti quelli forniti col pc e tutti quelli di linux.
- è sicuro che non si tratti di un problema software? cosa succede se cerca di aprire il disco tramite risorse del computer?
- nulla, non succede nulla. il disco non viene neanche riconosciuto.
- è tutto chiaro. vada sulle riscorse hardware e veda se c'è un punto interrogativo giallo sul lettore dvd.
l'occhio sinistro trema e la gamba si agita. il braccio sinistro ha perso sensibilità e sulla faccia ho un'ombra di paresi.
- signor ismaele, non so come dirglielo. il lettore funziona. è la lente del blu ray che è andata, morta, kaput. décédée. capish?
- ho capito. mi dica, lei ha preparato i dischi di ripristino?
- prego?
- lei ha preparato i dischi di ripristino del sistema operativo maicrosoft-uindovs-vista-mega-uonderful-ediscion-tm?
- ma le già detto che uso linux.
- sì, ho capito. ma lei ha fatto i dischi di ripristino del sistema operativo?
chiudo gli occhi, conto fino a dieci. cerco un pensiero felice, un pensiero felice: ismaele decapitato.
sorrido.
sono calmo, posso continuare e lo farò: mento spudoratamente.
- sì, li ho fatti.
- bene, adesso prenda una penna usb o un hard disk esterno, ci copi dentro tutti i suoi dati personali e poi ripristini il sistema operativo con i dischi che ha precedentemente preparato.
ho la vaga impressione che ismaele sia un tipo distratto.
gli chiedo il senso di tutto ciò. il senso della vita, del mondo e tutto il resto. e per un attimo mi sembra quasi di sentire la sua voce dall'altro capo che dice 42, ma è solo una pia illusione, una scarica elettrostatica.
tutto quello che la cornetta mi vomita nel cervello è il suo mantra occidentale: prenda una penna usb o un hard disk esterno, copi tutti i suoi dati personali e poi ripristini il sistema operativo con i dischi che ha precedentemente preparato.
ho perso le speranze. prima di gettare la spugna mi contorco sulla sedia e in con un ultimo rantolo cerco di instillare il germe del ragionamento nel buon ismaele
- signor ismaele, il software, il sistema operativo, i miei dati personali, non c'entrano. il blu ray è rotto. va sostituito.
tutto quello che volevo era sentire Non ci sono problemi, penso io a questa puttanata. Torna là dentro, rassicura i ragazzi e aspetta la cavalleria, che dovrebbe arrivare per direttissima
tutto quello che ricevo è un elettroencefalogramma piatto:
- prenda una penna usb o un hard disk esterno, copi tutti i suoi dati personali e poi ripristini il sistema operativo con i dischi che ha precedentemente preparato. è un'operazione che deve fare, altrimenti se ci manda il pc in assistenza e dovesse essere un problema software poi dovrebbe pagare le spese. comunque non si preoccupi, ora le mando un'email con le istruzioni dettagliate.
le minacce travestite da gentilezza mi mancavano. e aggiunge:
- la richiamo tra due giorni per sapere com'è andata. arrivederci.
ho perso.
venti minuti al telefono a parlare con una lampadina.
una lampadina solerte: dopo qualche minuto ricevo un messaggio email con un documento word, nel misto anglo-francese ismaeliano e di cui riporto integralmente il testo:
Cher Monsieur Arciprete,
As discussed previously, here are the steps to proceed to the recovery :
- Save your data on external devices as HDD (Hard Disk Drive) or USB or CD/DVD
- Restart your computer with the Recovery DVDs you created
- A blue screen background will appears
- Select Full Recovery
- Start and Skip and Next
- Follow up the instructions who appears on the screen
The recovery will live for around 1-2 hours time
Si vous avez d’autres questions, n’hésitez pas à contacter notre centre d’assistance XXX en composant un des numéros suivants:
Pendant la première année après l’achat de votre produit, veuillez appeler le 00 11 22 33 44.
Si votre produit a plus d’un an, veuillez appeler le 00 11 22 33 44 (€0.34/min).
Veuillez agréer, Monsieur, l’expression de nos sentiments distingués.
quello che mi commuove è il passaggio start and skip and next. racchiude in sé tutta la sintesi del ragionamento ismaeliano.
continua...
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lunedì 16 febbraio 2009
sette favole per bambini vecchi
l'uomo che gli puzzavano le mani di pesce
saverio ci aveva le mani che gli puzzavano di pesce.
e le aveva provate tutte: il sapone, il balsamo crema, la spuma di sciampagna, il latte d'asina, la pietra pomice, il detersivo ariel, la pasta abrasiva e il cognac.
ma niente, nessun prodotto chimico, naturale, semplice o concentrato sembrava funzionare.
quando saverio andò in pensione le mani smisero di puzzare di pesce. certo, è facile adedsso dare la colpa al suo lavoro, e potrebbe anche essere vero. tuttavia, io ho ancora qualche perplessità, visto che saverio faceva il gastroenterologo.
la vecchia che viveva nella roulotte
c'era una volta una roulotte. bianca, con delle macchie color ruggine qua e là. aveva molte primavere, e dava conforto e ospitalità a una vecchia signora, di settant'anni e centotrenta chili.
era vecchia, laida e culona (la signora, non la roulotte) e gridava frasi sconce ai passanti.
a volte aveva dei gatti, a volte no.
un giorno la portarono via quelli della municipale (la roulotte, non la signora) e della signora non si seppe più nulla.
neanche dei gatti.
un gambero di nome giacomo
e c'era questo gambero che parlava la lingua degli uomini.
si chiamava giacomo, e ogni volta che incontrava una gambera le diceva Piacere, giacomo. ma lei lo guardava ed emetteva quei versi che solo i gamberi capiscono.
avrebbe voluto qualcuno con cui parlare, un'anima affine. ma era solo, e pensoso, seduto sul fondo del mare, talvolta trafitto da un raggio di sole.
arrivò alla conclusione che i suoi simili non lo capivano perché non parlavano la lingua degli uomini. così, un giorno, si mise a urlare forte la sua disperazione, ma nessuno sembrava considerarlo, anzi, ridevano il riso dei gamberi per via di tutte quelle bolle.
una mattina di settembre giacomo fu pescato. sentendo parlare la lingua degli uomini, fu trafitto da un raggio di speranza.
no, era uno spiedino.
giacomo fu fritto a pescasseroli, duranta la sagra delle sagne e faciuli.
il cilindro magico
in un vecchio emporio alle porte della città di gruttenstrutt si trovavano le cose più strane e meravigliose.
c'erano spade, conigli, muffe, armature, tappeti, insetticidi, attaccapanni-che-non-erano-quelli-di-meri-poppins, paste abrasive per rimuovere la puzza di pesce dalle mani e cappelli.
tra i tanti cappelli ce n'era uno magico, un cilindro, per la precisione.
era appartenuto al vecchio mago della città, ma alla sua morte finì tra gli scaffali del vecchio emporio.
il proprietario del negozio, ogni tanto, si divertiva a tirare fuori dal cilindro le cose più strane e meravigliose. che puntualmente rivendeva nel suo stesso emporio: spade, conigli, muffe, armature, tappeti, insetticidi, attaccapanni-che-non-erano-quelli-di-meri-poppins, paste abrasive per rimuovere la puzza di pesce dalle mani e tante, tante altre cose.
un giorno, dal lontano villaggio di grottenstrott (un villaggio sulle montagne innevate che nessuno aveva mai avuto il coraggio di visitare), scese in città un nuovo mago. nessuno lo aveva mai visto prima, e la gente lo guardava con una punta di sospetto. appena giunto a gruttenstrutt, il mago si diresse senza esitazione all'emporio alle porte della città e, sempre senza esitazione, acquistò il cilindro magico per uno sproposilione di soldi.
nessuno sapeva nulla di quel vecchio mago, nessuno lo aveva mai visto prima e nessuno lo vide mai più. anche perché come indossò il cappello fu travolto da un mare di ciarpame, e morì sul colpo.
il principe e il povero (non quella che conoscete voi)
nel regno di broz viveva un principe di nome valgo.
valgo era una persona brutta e cattiva, e - quando venne a sapere che nel regno di broz c'era un povero contadino morto di fame che però era proprio uguale uguale sputato a lui - si preoccupò un tantinello e chiamò il suo fidato consigliere, il cardinal mendoza, per fare il punto della situazione.
Pablo - disse valgo - ho bisogno di un consiglio. secondo te, cosa ne dobbiamo fare di questo pezzente che però è proprio uguale uguale sputato a me?
il cardinal mendoza non ebbe esitazioni. Sire, - disse - la storia ce lo insegna: se non lo facciamo secco adesso, è capace che questo viene e ci usurpa il trono.
Ottimo consiglio! esclamò valgo.
così, quella notte stessa, valgo fece uccidere il morto di fame, e pure il cardinal mendoza, perché quel "ci usurpa il trono" proprio non gli era piaciuto.
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mercoledì 17 settembre 2008
la misteriosa scomparsa di john doe
scrivo solo adesso, in questi pochi minuti di libertà che mi vengono concessi da dove sono rinchiuso: uno stanzino buio, stretto, con un tavolaccio per dormire e un angolino lurido dove espletare i miei bisogni.
non so se e quando questo mio messaggio vedrà mai la luce del sole, io stesso dispero di rivederla. ma la mia mano si muove affannosa e veloce, illuminata da quel che resta di una vecchia candela, per raccontare la storia di john doe, che ha rovinato la sua e le nostre vite, quel maledetto undici settembre del duemilaeotto.
il suo messaggio arrivò alle sette dell'otto settembre, ma naturalmente, in ufficio, lo leggemmo solo il mattino dopo.
Sto male, non vengo oggi al lavoro.
secco, telegrafico, senza dettagli né ulteriori richieste.
un messaggio come un altro, nessuna preoccupazione: 8 settembre, johnny non viene al lavoro. càpita, è normale.
l'8 settembre il telefono di john ha squillato tutto il giorno, ma nessuno ha risposto.
la preoccupazione nei nostri cuori è diventata angoscia, a sera, quando johnny non rispondeva neanche al citofono. l'amica gertrude aggiunse angoscia ad angoscia, preoccupazione a preoccupazione: la sua telefonata con john si era conclusa, la sera del 7 con un Ti lascio, sto troppo male, e la stessa gertrude che non capì il resto, perché troppo biascicato.
la polizia ci disse che avremmo dovuto attendere 48 ore, prima di denunciare formalmente la scomparsa. nessuno di noi aveva il cuore di chiamare i genitori di johnny: e se ci fossimo sbagliati? restammo ancora un giorno in attesa, con l'ansia che cresceva e bloccava sonno e respiro.
il secondo giorno, il telefono di john era ancora muto. un silenzio spezzato a cadenza regolare da un fin troppo eloquente tuuuu.
disperati, folli, ci rivolgemmo al boss, il quale, senza esitare, autorizzò il proprietario del residence a entrare e controllare.
l'attesa fu lunga, estenuante, straziante. tutti temevano il peggio.
luke sapeva che john era morto, glielo potevi leggere nelle lacrime che non aveva versato. ma non avrebbe mai osato dirlo, perché anche se era un duro, si aggrappava alle ultime gocce di speranza come un naufrago al suo pezzo di nave.
il terzo giorno, quando il suono del telefono ci fece sobbalzare dal torpore pessimistico nel quale ci eravamo rinchiusi, fred si fiondò sulla cornetta come un invasato.
pendavamo dalle sue labbra.
è in casa.
è vivo.
l'angoscia lasciò il posto al sollievo.
il sollievo alla gioia.
la gioia alla rabbia.
cristo john, ma perché cazzo non hai mai risposto al telefono?
a sera, io e luke passammo all'emporio del vecchio stanford, ma c'era il figlio. prendemmo quello che dovevamo prendere, poi andammo a farci due birre, in silenzio, pregustando il domani, il momento dell'incontro, mischiando il futuro piacere al presente rossore del doppio malto.
la mattina dell'undici settembre, anche gli altri avevano avuto la nostra stessa idea, ma la polizia non volle sentire ragioni. ci portò tutti dentro, ci rinchiuse in questo cesso dal quale sto scrivendo adesso, e buttarono via la chiave. a nulla valsero le nostre spiegazioni, a nulla valsero i cinquecento pezzi da dieci che passarono sottobanco dalle nostre alle loro tasche.
john doe è morto, l'undici settembre.
caduto sotto i nostri colpi, sotto le nostre spranghe e le mazze da baseball comprate la sera prima all'emporio del vecchio stanford.
john doe è morto, perché ci aveva fatto incazzare come delle iene.
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mercoledì 6 agosto 2008
Metropolis Pt. 2 - Scenes from a memory
continua da ieri
capitolo II - il cambio.
cadòrna, fermata cadòrna.
l'attesa per la metro verde, verde speranza, verde come il colore verde che ormai la mia faccia ha assunto da almeno un quarto d'ora. verde come l'odore verde del muschio, del prato, dell'erba appena tagliata nel parco di casa mia, a caserta, nelle giornate di sole quando non andavo a scuola.
s. ambrogio. non resisto. lo sento, sto per esplodere. non mi controllo, non lo controllo. inizio a recitare i salmi, il signore è paziente e pietoso, non si può misurar la sua grandezza. s. agostino. luci e ombre, la vista si appanna, ero seduto, ero in piedi, ero sudato, sudo. non lo so più, non sono più io, sono uno spettro che guarda me stesso da fuori, non sento doore. mi mordo le guance. su pascoli erbosi mi fa riposare.
porta genova. è la fine, io fino a romolo non ci arrivo. scendo ho bisogno di aria, lo vedo è un autobus: sta passando, è lui, è il mio. lo prendo al volo. mi muovo come un pinguino, soffro, chi ci è passato lo sa, chi ci crede, forse lo immagina.
dio del colon, di tutte le cose visibili e invisibili, abbi pietà di me. salgo.
capitolo III - la resa
vicino alle porte, troppe fermate mi aspettano, non ce la farò mai, le forze mi abbandonano, ci rpovo a farmi coraggio, ma ormai non serve.
la madre cicciona con la faccia di kathy bates mi guarda e avvicina il suo piccolo, lo stringe intimorita neanche avesse visto un maniaco.
il maligno mi tenta, la voce sulla spalla mi ripete Lasciati andare, cosa vuoi che sia? chi vuoi che ti riconosca? abbandònati, scavalla e lascia fluire, ti sentirai meglio. tremo, sudo freddo, forse rantolo. gli occhi si rivoltano verso l'alto, ma l'angelo buono cerca di farmi ragionare. Cosa farai dopo? come arriverai a casa? lo sai che poi dovrai solo dare fuoco ai vestiti? ma i crampi offuscano la sua voce e il mio cervello. l'autobus è fermo, voglio abbandonarmi: scendo, solo una fermata, aria pungente della sera d'inverno. ti prego resisti ancora un minuto resisti ti prego non farlo non farlo ti prego ti prego non farlo resisti vorrei quasi tapparmi con le mani, impedire il disastro, ti prego puoi farcela come ci torni a casa ti prego ad acque tranquille mi conduce è un passo è un ristorante lo vedo è a un passo non temerai alcun male è chiuso poi dice che uno non crede lo vedo è un'altro saran cento metri posso ancora farcela. cammino, striscio, arranco, mi aggrappo, le strisce, il semaforo, le fitte, i crampi, dolore immane, la porta, calore, persone, nessun cliente: che posso usare il bagno? prego faccia pure, in fondo alle scale.
epilogo
- papà, cosa vuol dire tutto questo?
- vedi figliolo - disse norberto sistemando il suo pargolo sulle ginocchia - quando sarai grande, e lavorerai per una grande società in una grande città, e sarai lontano da casa, un giorno potresti aver voglia di ordinare del sushi take away, in un ristorante che non conosci.
ecco, ricordati di michele, e non lo fare.
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martedì 5 agosto 2008
Metropolis Pt. 1 - The miracle and the sleeper
prologo: milano, gennaio 2007.
una città fredda e grigia può presentare insidie e tranelli a chi - come me, ingenuo ed inesperto, terrone nell'animo e nel corpo - si affaccia alle sue porte col candore della gioventù e l'entusiasmo della scoperta.
fredda, milano, ma non più del solito e la giornata in ufficio era passata grigia e sfocata come tante. lavoro di routine, problemi di routine, soluzioni di routine.
ero lì già da qualche mese, all'epoca vivevo nei pressi di romolo, in un residence gestito da rocchettaripancabbestia maniaci dell'ordine e della precisione, ma con un'idea grossolana di privacy. tuttavia, il posto era pulito e - soprattutto - rimborsato, il che lo rendeva pregevolissimo agli occhi miei e del mio conto corrente.
ma lavoravo da tuttal'altra parte, a via mecenate.
a guardarlo sulle mappe non è poi così lontano, saran stati sì e no dieci chilometri, ma coi mezzi era particolarmente scomodo da raggiungere, e questo senza contare l'handicap di quella sera.
era ancora il periodo natalizio, e per le strade le luci e gli addobbi riscaldavano un poco quelle serate solitarie e un po' tristi; ma il passante ferroviario è un buco nero che ingoia tutta la luce e l'atmosfera, e il tempo e lo spazio si perdono nelle voci metalliche e nelle lampade al neon, lasciando solo la cognizione di se stessi, poveri in balìa di poveri pendolari.
qualcuno una volta mi ha detto che il passante ferroviario è stato fatto coi treni di un'altra tratta, e li prendeva tutti i giorni s'è visto appiedato da un giorno all'altro.
quella sera ero sul dieci, che fermava a porta venezia. da lì metro rossa e poi metro verde, prima di un ultimo tratto a piedi. lo facevo tutte le sere, lo conoscevo bene. a porta venezia i miei colleghi mi chiedono se va tutto bene.
ero pallido, sudavo freddo e non sapevo cosa rispondere. li lascio andare: tanto non avrebbero potuto fare niente.
capitolo I - l'attesa
rossa come il sangue, rossa come la rabbia rossa del toro, come la passione, come il fuoco che m'arde dentro: rossa la metro rossa che non arriva. mi muovo da una panchina all'altra, cerco di respirare ma l'odore di elettricità statica, di pensiline e di ferro di rotaia sfregante su ferro di binari mi nausea. posso ancora gestirmi, lo so, ce la posso fare. ho vissuto situazioni peggiori, al liceo era una cosa quotidiana, posso resistere. sono ancora a livelli accettabili.
arriva, piena come un uovo, e si muove al rallentatore, con le fermate che sembrano dilatarsi nel tempo come nei film, come quando sai che sta per succedere qualcosa di grave.
palestro. mi muovo, cerco di leggere, cerco di distrarmi, il dolore cresce, monta dallo stomaco e mi toglie il respiro. faccio finta di non pensarci. s. babila. mi alzo, cammino, mi siedo la gente comincia a guardarmi strano. un po' mi agito. duomo. passa. è passato? ancora un momento di pace, niente guerre intestine. cordusio e cairoli m'illudono. mentono sapendo di mentire, mi dicono che il dolore è passato, che le fitte si sono fermate e che posso arrivare a casa sano e salvo. puttane. non bisogna mai fidarsi delle fermate della metro. mai. mentono e ridono di te, soprattuto se credi di avercela fatta.
cadòrna, fermata cadòrna.
continua domani...
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giovedì 24 luglio 2008
l'uomo che negava di essere enzo
erano pani ed erano carciofi, ma non li biasimava per questo.
dagli scacchi della sua tovaglia bianca e rossa si intuiva un'esistenza solitaria e disordinata.
la sua stessa camicia si rifiutava di trattenere il suo odore, e il suo unico conforto, in giornate come quella, erano i dischi in vinile che gli aveva lasciato sua madre prima di andare via per sempre.
"enzo - gli disse - per me è giunto il momento di lasciarti, ma ricorda sempre, quando ti sentirai triste e solo, metti su uno dei miei dischi, uno a caso, da aprire come certe persone aprono il vangelo.
mettilo su, e ascolta con attenzione, oppure non ascoltare affatto, ma lasciati in ogni caso trascinare dalla corrente dei ricordi e della musica. in quei momenti, ti accorgerai di essere piccolo, piccolissimo, forse ti verranno anche le lacrime agli occhi, ma la tristezza sparirà e non sentirai alcun dolore. sarà un'epifania, e nella musica rinascerai ogni volta, e ogni volta.
ma adesso lasciami andare, e, te ne prego, qualunque cosa succeda, non telefonarmi."
così il piccolo enzo rimase solo, a quarantadue anni, nel luminoso appartamentino di via colza, sul lung'arno.
erano pani, ed erano carciofi.
ma a questo punto, non gliene importava più nulla, e preso da un'ondata di malinconia, mise il primo disco che gli capitava sotto mano, e si lasciò cullare dalla musica, proprio come sua madre gli aveva detto di fare.
le lacrime vennero, e andarono via, proprio come sua madre gli aveva detto, e proprio mentre stava per prendere la cornetta, uno squillo improvviso lo destò dai suoi pensieri.
"salve, è la telecom, parlo col signor enzo?"
"no".
(titolo gentilmente offerto dal signor catalanoguido)
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mercoledì 6 febbraio 2008
ragione e sentimento: una storia vera
quello che segue è uno spaccato della realtà, una storia di vita vera, vissuta in prima persona da chi vi sta scrivendo. c'è paura, angoscia, altruismo. c'è indifferenza, tragedia, nelle parole che seguono, per cui - se siete persone impressionabili - abbandonate adesso, finché siete in tempo, perché, lo ripeto, quella che segue è una storia vera.
armando tornava a casa, dopo una lunga giornata in ufficio. pioveva, ma di quella pioggerellina fina fina che scassa solo la minchia, e c'era vento, quel venticello fetente che, oltre a scassare la minchia, ti impedisce anche di prendere l'ombrello.
dopo lungo attendere, armando prese l'autobus numero "W", ché certi autobus hanno i numeri strani, e osservava lo scorrere delle auto parcheggiate lungo la strada.
gaspare guidava la sua ford nel traffico di brussella.
assunta, la ragazza nigeriana con la quale usciva da un paio di settimane, continuava a scassargli la minchia con richieste assurde, continue, insistenti. e bisogna cambiare la macchina. e bisogna firmare il rogito. e bisogna valutare cosa fare delle azioni yahoo dopo l'opa di microsoft. roba così. tanto che gaspare, un ivoriano di un metro e ottanta per centottanta chili di peso, con la passione per la boxe e l'alito carnevalesco, aveva ormai organizzato un sistema di risposte automatiche che gli consentivano di soddisfare l'ego (mostruoso) della sua più-o-meno-ragazza e di vivere un'esistenza serena.
l'autobus numero "W" si dirigeva spedito, facendo le sue curve in derapata tra gli applausi dei passeggeri. armando decise di alzarsi e mettersi di fianco al guidatore, per meglio apprezzare lo stile di guida, o forse solo perché stando dietro le possibilità di vomitare prima di scendere aumentavano sensibilmente.
per la prima volta da quando aveva cambiato casa, armando stava osservando la ripida salita di monte fuscello.
«assù, e basta, mo. vedi che la macchina non va bene? questa da un momento all'altro ci lascia a piedi»
raramente gaspare alzava la voce, ma assunta si rese subito conto che qualcosa stava andando storto, e ne ebbe conferma nell'istante preciso in cui lo sentì imprecare in anglo-italo-paraguayano.
la vecchia ford decise di passare a miglior vita all'angolo tra via dei pacchi di frumento e viale del monte fuscello.
l'autista dell'autobus numero "W" cantava una canzone di nino d'angelo, quando fu costretto a premere con violenza sul freno, prima di girare verso via dei pacchi di frumento. non riusciva a finire la curva. una vecchia ford sgangherata bloccava la strada e dentro un tipo di colore discuteva con una tipa di colore, e a giudicare dalle facce, avevano tutti e due la minchia molto scassata.
armando guardava la scena sovrappensiero, pensava al minestrone, alle cozze e alle patatine fritte, e quasi non si accorgeva della donna che scendeva sbattendo la portiera, dell'uomo che le imprecava contro e di un'auto, in panne, che bloccava la strada ad un enorme autobus numero "W".
ma quando se ne accorse, pensò quasi di scendere per dare una mano, visto che un omone di colore cercava di spingere una vecchia ford, sotto la pioggia, tutto da solo.
tuttavia, la generosità belga non ha confini, e - prima ancora di completare questo pensiero formulato a metà - il giovine autista della panda verde pisello, aveva già preso in mano la situazione, e con abile mossa, si appoggiava al paraurti della vecchia ford, aiutando gaspare a spingere la sua bagnole giù per la ripida discesa di via di monte fuscello.
il giovane gaspare.
l'ignaro gaspare.
che non s'era accorto della buona azione.
che continuava a spingere tenendo ben saldo il volante.
che continuava a spingere tenendo ben saldo il volante attraverso il finestrino.
con la portiera chiusa.
il giovane gaspare.
che rincorreva la sua vecchia ford giù per via di monte fuscello, in un contrappunto di clacson e risa (dell'autista dell'autobus numero "W"), sulla cui faccia dovevano essere dipinti fatica, orrore e sgomento.
armando non seppe mai cosa accadde a gaspare, quel giorno, né seppe mai che fine fece assunta, se la loro storia continuò e se vendette le azioni di yahoo. tuttavia, oggi armando vive con la consapevolezza di avere compiuto una buona azione, quel giorno, rimanendo fermo sull'autobus e facendosi i cazzi suoi, non come quel pirla con la panda.
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venerdì 21 settembre 2007
anacoluto pencolante: un post in via di sviuppo
seguono estrapolazioni macabre in attesa di giudizio e di qualche ritocco.
nota per i palati fini: non siate esigenti, trattasi solo di deliri notturni.
nota per gli impressionabili: non leggete il resto.
*** Dolores ***
Vive, Dolores, o sopravvive, nella sua stanzetta al quinto piano, nell'appartamento che ha la luce delle insegne al neon e l'odore di un tempo che forse non è mai neanche esistito.
Trascina, Dolores, nell'esistenza piatta, solitaria, un corpo sottile e macilento, curvo sotto il peso di nessuno sa quanti anni, nascosta al mondo e dal mondo, nessuno la vede, nessuno la sente.
Aspetta, Dolores, il suono del campanello, i passi sulle scale.
Apre, Dolores, ma non è il principe azzurro, non l'inizio di una nuova esistenza, l'incontrarsi e il perdersi di occhi negli occhi, l'avverarsi di un sogno che fa paura anche solo ad esser sognato.
Solo il fattorino.
La solita pizza.
Solleva, Dolores, con entrambe le mani. E colpisce.
Non fa in tempo a pensare alla sua vita, il ragazzo, perché nemmeno si rende conto della morte che arriva.
Ha la forma di un fauno, la morte, col corpo di bronzo e la base di marmo. E gli occhi si appannano, il corpo si piega, la porta si chiude: alle sue spalle, sulla sua vita.
Trascina, Dolores.
Seziona, Dolores, le braccia sottili, le dita che ossute si muovono rapide, esperte, affamate. Quel corpo ha uno spasmo, ma è solo un momento e lei torna a tagliare, continua a piegare, a staccare, il suo cibo.
Si nutre, Dolores, e un poco sorride: in fondo la pizza non le è mai andata a genio.